Tu hai promesso il cielo

Tu hai promesso il cielo al termine della strada
e l’hai accordato al ladrone il giorno stesso
in cui morivi in croce per darci la tua gioia.
Tu hai promesso il cielo, ma noi sappiamo così poco
di questo paradiso che deve diventare nostro.

Noi pensiamo a un luogo, ma questo non lo è;
non è uno spettacolo e non è un sogno;
la nostra immaginazione vacilla e ci delude.

Il tuo cielo è molto più bello di tutte le nostre immagini;
sarà la sorpresa unica, insuperabile,
che ci abbaglierà e ci colmerà.

Dobbiamo lasciarti la gioia di sorprenderci
e di non cercare troppo quello che ci prepari.

Sappiamo che il cielo è una vita nuova
che nascerà in noi, la vita del pieno amore;
in questa vita potremo essere con te,
Gesù nostro Signore, gustare la tua compagnia,
e possedere in te il Padre e lo Spirito Santo,
in una unione perfetta con tutti gli eletti.

Sappiamo che il cielo è la felicità senz’ombra,
la gioia splendente e mai esaurita.
Fa’ che la desideriamo, per meglio donarcela
quando ti avremo amato con tutte le nostre forze.
Jean Galot

Questo articolo è stato pubblicato lunedì, 8 Novembre 2010 alle 10:01
ed appartiene alla categoria Notizie.

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1 Commento per “Tu hai promesso il cielo”

  1. Francy :

    « Questa è la vita eterna: che conoscano Te, l’unico vero Dio,
    e Colui che hai mandato, Gesù Cristo » (Gv 17,3).

    Sono le chiare parole di Gesù nell’incipit della cosiddetta “preghiera sacerdotale” del Vangelo giovanneo (cfr. Gv 17,1-26) su quale sia l’effettivo scopo e destino umano: è la promessa del Cielo.
    Ma cosa è il Cielo? Propongo di soffermarci sul testo del Catechismo della Chiesa cattolica, tanto poco conosciuto, quanto perspicuo e illuminante.
    Se è vero che le espressioni bibliche, nella fattispecie evangeliche, che indicano la nostra meta finale, il Cielo e la beatitudine ad esso connaturata sono numerosissime (possiamo ricordare con CCC 1720 “l’avvento del regno di Dio; la visione di Dio: « Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio » (Mt 5,8); l’entrata nella gioia del Signore; l’entrata nel riposo di Dio), mi piace cominciare col riproporre il pensiero di Sant’Agostino nel De civitate Dei (22, 30):

    « Là noi riposeremo e vedremo; vedremo e ameremo; ameremo e loderemo.
    Ecco ciò che alla fine sarà senza fine.
    E quale altro fine abbiamo, se non di giungere al regno che non avrà fine? ».

    « Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio e che sono perfettamente purificati, vivono per sempre con Cristo. Sono per sempre simili a Dio, perché lo vedono « così come Egli è » (1 Gv 3,2), « a faccia a faccia » (1 Cor 13,12): […] Questa vita perfetta, questa comunione di vita e di amore con la Santissima Trinità, con la Vergine Maria, gli angeli e tutti i beati è chiamata « il cielo ». Il cielo è il fine ultimo dell’uomo e la realizzazione delle sue aspirazioni più profonde, lo stato di felicità suprema e definitiva. Vivere in cielo è « essere con Cristo ». Gli eletti vivono « in Lui », ma conservando, anzi, trovando la loro vera identità, il loro proprio nome » (CCC 1023 -1025).

    « Vita est enim esse cum Christo; ideo ubi Christus, ibi vita, ibi Regnum »
    “La vita, infatti, è stare con Cristo, perché dove c’è Cristo, là c’è la vita, là c’è il Regno”

    Diceva Sant’Ambrogio nella sua Expositio evangelii secundum Lucam (10, 121). Infatti – proseguendo nella lettura del Catechismo – « Con la sua morte e la sua risurrezione Gesù Cristo ci ha « aperto » il cielo. La vita dei beati consiste nel pieno possesso dei frutti della redenzione compiuta da Cristo, il quale associa alla sua glorificazione celeste coloro che hanno creduto in Lui e che sono rimasti fedeli alla sua volontà. Il cielo è la beata comunità di tutti coloro che sono perfettamente incorporati in Lui. » (CCC 1026).
    E ancora (CCC 1027 – 1028):
    « Questo mistero di comunione beata con Dio e con tutti coloro che sono in Cristo supera ogni possibilità di comprensione e di descrizione. La Scrittura ce ne parla con immagini: vita, luce, pace, banchetto di nozze, vino del Regno, casa del Padre, Gerusalemme celeste, paradiso: « Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano » (1 Cor 2,9). A motivo della sua trascendenza, Dio non può essere visto quale è se non quando egli stesso apre il suo mistero alla contemplazione immediata dell’uomo e gliene dona la capacità. Questa contemplazione di Dio nella sua gloria celeste è chiamata dalla Chiesa « la visione beatifica »:

    « Questa sarà la tua gloria e la tua felicità: essere ammesso a vedere Dio,
    avere l’onore di partecipare alle gioie della salvezza e della luce eterna
    insieme con Cristo, il Signore tuo Dio, […]
    godere nel regno dei cieli, insieme con i giusti e gli amici di Dio,
    le gioie dell’immortalità raggiunta ».
    (San Cipriano di Cartagine, Epistula 58, 10, n.d.r.) »

    compiendo nella gloria la volontà di Dio e regnando con Cristo (CCC 1029).
    La promessa del Cielo ci pone tuttavia davanti ad un bivio, di fronte alla necessità di una scelta radicale di vita; ci impone – seppure attraverso una decisione libera e volontaria (« Non possiamo essere uniti a Dio se non scegliamo liberamente di amarlo » cfr. CCC 1033) – di scegliere e cercare ad ogni costo l’amore di Dio al di sopra di ogni cosa, di mirare quindi sempre più in alto; di voler aspirare alla santità. Diceva la grande Madre Teresa di Calcutta:

    “Possiamo diventare grandissimi santi
    Se solo lo vogliamo.
    La santità non è un lusso di pochi,
    ma un semplice dovere
    anche per te e per me”

    Perché « Dio, infinitamente perfetto e beato in se stesso, per un disegno di pura bontà, ha liberamente creato l’uomo per renderlo partecipe della sua vita beata » (CCC 1).
    « Dio infatti ci ha creati per conoscerlo, servirlo e amarlo, e così giungere in paradiso. La beatitudine ci rende « partecipi della natura divina » (2 Pt 1,4) e della vita eterna. Con essa, l’uomo entra nella gloria di Cristo e nel godimento della vita trinitaria. Una tale beatitudine oltrepassa l’intelligenza e le sole forze umane. Essa è frutto di un dono gratuito di Dio. Per questo la si dice soprannaturale, come la grazia che dispone l’uomo ad entrare nella gioia di Dio.

    « “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”;
    tuttavia nella sua grandezza e nella sua mirabile gloria,
    “nessun uomo può vedere Dio e restare vivo”.
    Il Padre, infatti, è incomprensibile; ma nel suo amore,
    nella sua bontà verso gli uomini, e nella sua onnipotenza, arriva a concedere
    a coloro che lo amano il privilegio di vedere Dio […]: poiché
    “ciò che è impossibile agli uomini, è possibile a Dio” »
    (Sant’Ireneo di Lione, Adversus haereses, 4, 20, 5, n.d.r.) »(CCC 1721-1722)

    S’impone allora una riflessione un questo mese di Novembre dedicato tradizionalmente al ricordo dei defunti, ma anche – e questo spesso lo scordiamo – al nostro destino di santità: è la necessità di porci in ascolto e fermarci a meditare, a fare nostro quel richiamo del messaggio pasquale di certa speranza; è il dovere di credere anche quando i ricordi rendono amaro ed esacerbante il doloroso distacco dai nostri cari; è la capacità tutta cristiana di vedere oltre la morte, di aprire gli occhi alla Luce attraverso quegli stessi occhi che sembrano chiusi per sempre; è cogliere l’invito di Cristo a spalancare lo sguardo sull’eternità, sulla Vita, perché “Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per Lui“ (Lc 20,38); un invito a bramare il Cielo, cioè ad amare Dio:

    “La preghiera è l’esperienza d’amore dell’uomo verso Dio …
    Chi ama prega sempre”
    (Sant’Antonio da Padova)