guardate a me che sono mite e umile di cuore

Signore, l’umiltà è fare spazio a te.

L’atteggiamento profondo dinanzi a te:
Tu sei il tutto e io sono il niente.
Tu sei il Signore e io sono il tuo servo.
Tu sei l’amore e io sono l’aridità.
Tu sei la verità e io sono l’ignoranza.
Tu sei la bellezza e io sono il peccato.

L’umiltà è fare spazio a te
e riconoscere con gioia
che tu, Dio, sei Dio!

È una virtù che mi fa felice.
Che bellezza, Signore,
che tu sia il Signore
e che io non ti possa fare ombra!

Signore, che meraviglia!
Ho tutto il tornaconto nel fatto che tu sei il Signore
e io la tua povera creatura bisognosa di tutto,
che di tutto deve dire grazie,
di tutto benedire e ringraziare.

Se l’umiltà ti fa spazio nella mia vita,
eccomi in comunione con te.
Mi lascio colmare da te.
E sono felice che tu mi colmi.

Anastasio Ballestrero

Questo articolo è stato pubblicato domenica, 29 Agosto 2010 alle 16:40
ed appartiene alla categoria Notizie.

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1 Commento per “guardate a me che sono mite e umile di cuore”

  1. Francy :

    “Io sono come una piccola matita nelle Sue mani,
    nient’altro.
    È Lui che pensa.
    È Lui che scrive.
    La matita non ha nulla a che fare con tutto questo.
    La matita deve solo poter essere usata”

    Mi piace iniziare con un bellissimo pensiero di beata Teresa di Calcutta, così da ricordare anche il suo recente centenario e la sua prossima festa.
    “Sia fatta la tua volontà come in Cielo così in terra”: è in questo modo che Gesù, il mite ed umile di cuore per eccellenza, ci ha insegnato a pregare il Padre. Come dice san Gregorio di Nissa, “il Verbo chiama povertà di spirito l’umiltà volontaria dell’animo umano”, quello che del resto è stato l’atteggiamento della Vergine:
    “L’umiltà è l’inizio della santità”;
    “La Madonna dovette svuotarsi prima di essere piena di grazia. Dovette dichiarare di essere schiava del Signore prima che Dio potesse riempirla. Così anche noi dobbiamo essere vuoti di ogni superbia, di ogni gelosia, di ogni egoismo, prima che Dio possa riempirci”;
    “Nessuno imparò così bene l’umiltà come Maria. Essere schiavi significa essere utilizzati da tutti con gioia”, affermava la beata Teresa di Calcutta, ponendo alla base della sua esistenza proprio l’imitazione delle virtù della Madre di Dio, in special modo l’umiltà, il silenzio e la profonda carità.
    E se Gesù dice “Mio cibo è fare la volontà di Colui che mi ha mandato” (Gv 4,34), non dobbiamo dimenticare che anche Lui ha vissuto l’umana lotta interiore da cui è uscito vittorioso attraverso il trionfo dell’umiltà:
    “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!”;
    “Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà” (Mt 26,39.42).
    E’ il dono dell’umiltà del resto che chiediamo nel Padre nostro, ovvero “di avvicinarci sempre di più a Lui affinché la volontà di Dio vinca la forza di gravità del nostro egoismo e ci faccia capaci dell’altezza alla quale siamo chiamati” (Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, p. 181). La preghiera, dunque, è per il cristiano mezzo efficacissimo per “combattere in vista di ottenere l’umiltà, la fiducia e la perseveranza” (CCC 2728), doni attraverso i quali “nel combattimento della preghiera dobbiamo affrontare concezioni erronee, varie mentalità diffuse, l’esperienza dei nostri insuccessi […] tentazioni, che inducono a dubitare dell’utilità e perfino della possibilità della preghiera” (CCC 2753). Soltanto un preliminare atto di umiltà, che si configura attraverso la richiesta di perdono sincero (cfr il pubblicano in Lc 18,13: « O Dio, abbi pietà di me peccatore »), renderà la preghiera giusta e pura agli occhi di Dio, perché “l’umiltà confidente ci pone nella luce della comunione con il Padre e il Figlio suo Gesù Cristo, e gli uni con gli altri: allora « qualunque cosa chiediamo la riceviamo da lui » (1 Gv 3,22)” (CCC 2631). Ed è “a misura dell’umiltà e della fede che si ha”, che “si scoprono i moti che agitano il cuore e li si può discernere. Si tratta di fare la verità per venire alla luce: « Signore, che cosa vuoi che io faccia? »” (CCC 2706), perché la vera preghiera, quella carica di fede “non consiste soltanto nel dire: « Signore, Signore », ma nel disporre il cuore a fare la volontà del Padre” (CCC 2611)
    « Per me la preghiera è uno slancio del cuore,
    è un semplice sguardo gettato verso il cielo,
    è un grido di riconoscenza e di amore nella prova come nella gioia »
    (Santa Teresa di Gesù Bambino)
    E’ il suo un gesto di profonda umiltà posto in atto con semplice ma grande adorazione, che è, lo ricordiamo, la “disposizione fondamentale dell’uomo che si riconosce creatura davanti al suo Creatore […] esalta la grandezza del Signore che ci ha creati […] ci colma di umiltà e dà sicurezza alle nostre suppliche”(CCC 2628).