LA PRECARIETÀ DELLA VITA

Signore Gesù, in un’epoca della ricerca sfrenata
del benessere, delle ricchezze,
del successo, del potere e del piacere,
ci fai comprendere la precarietà della vita.

Donaci la sapienza del discernimento,
del buon senso.

Tu non ami la povertà,
né disprezzi la ricchezza.

Arricchirsi davanti a te consente
di usare delle cose del mondo
con libertà interiore e serenità.

Le cose celesti sono eterne,
quelle terrestri sono passeggere.
Non sempre valutiamo l’uomo per quello che è,
spesso lo facciamo per quello che ha.

Non tutti siamo ricchi di denaro,
ma tutti siamo ricchi di vizi.

Aiutaci, Signore, a sentirci amministratori
e non proprietari di ciò che possediamo.
Antonio Merico

Questo articolo è stato pubblicato lunedì, 2 Agosto 2010 alle 09:49
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1 Commento per “”

  1. Francy :

    Sembra innanzitutto opportuno sfatare il mito pauperistico di un Gesù creato ad hoc – come spesso e volentieri accade con la tacita responsabilità di un’ignoranza diffusa – da un certo tipo di ideologia che tende ad arruolare il Cristo (negandone al contempo la natura divina) nelle proprie file complice una rilettura del Vangelo fatta a proprio uso e consumo. E’ vero, Dio si è fatto uomo scegliendo di essere ultimo tra gli ultimi: nasce povero tra i poveri e muore come un reietto sulla Croce. Tuttavia, a ben vedere i Vangeli non descrivono mai il Signore sulla falsariga di un Giovanni Battista: “Giovanni portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano locuste e miele selvatico” (Mt 3,4); “Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, si cibava di locuste e miele selvatico“ (Mc 1,6).
    Che dicono invece del Nazareno? Suo padre putativo è Giuseppe, carpentiere (“Non è egli forse il figlio del carpentiere?”; Mt 13, 55), il quale molto probabilmente si occupava di lavori in legno, in specie per gli edifici. Gesù stesso viene indicato come carpentiere in Mc 6,3 (“Non è costui il carpentiere […]?“). In entrambi i casi citati il testo greco fa uso di un identico termine, tèkton, ovvero “costruttore”, quindi probabilmente un qualcosa che andava oltre il semplice carpentiere o falegname e che implicava verosimilmente la presenza di una bottega con un’attività in proprio.
    La Sacra Scrittura dice qualcosa di molto interessante anche riguardo al Suo abbigliamento. Rileggiamo Gv 19,23-24.
    “I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti e ne fecero quattro parti, una per ciascun soldato, e la tunica. Ora quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca. Così si adempiva la Scrittura:
    Si son divise tra loro le mie vesti
    e sulla mia tunica han gettato la sorte.
    E i soldati fecero proprio così”.
    Un passo ben noto, altamente drammatico e straziante, ma di cui forse – nella crudeltà della scena – sfugge un particolare non da poco: la tunica che Gesù indossava è di un certo valore perché, come ci spiega Giovanni, è cucita tutta d’un pezzo, è un capo molto pregiato e non per niente i soldati se la giocano. Altrettanto credo possa dirsi del Suo mantello: anche le restanti vesti vengono suddivise e ciò può indurre a confermare l’ipotesi avanzata da chi sostiene che in Lc 8,44 l’emorroissa toccherebbe non una generica estremità del mantello. Anche in questo caso il testo greco può essere d’aiuto: kràspedon, che indica un orlo, ma anche una frangia, delle nappe, proprio come quelle della foggia delle vesti tipiche dei notabili ebrei.
    Che rapporto ha Gesù con il denaro, i ricchi e la ricchezza? Sappiamo bene che non disdegna frequentare personaggi di qualsiasi estrazione sociale e che proprio a motivo di ciò vengono a Lui mosse terribili critiche da parte dei suoi detrattori. Ma Gesù è perfettamente libero allo stesso modo in cui è libero il Suo rapporto con il denaro, essendo capace di farne un uso sovrano sia che si tratti della moneta nella bocca del pesce (“và al mare, getta l’amo e il primo pesce che viene prendilo, aprigli la bocca e vi troverai una moneta d’argento. Prendila e consegnala a loro per me e per te”; Mt 17,27), sia che serva per più nobili scopi. Gesù è libero da qualsiasi forma di attaccamento al denaro, ne è al di sopra. Significativa a tal proposito è la scena dell’unzione di Gesù a Betania in Mt 26,6-13; Mc 14,3-9. Atteniamoci ancora una volta alla versione giovannea (Gv 12,1-8).
    “Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: « Perché quest’olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri? ». Questo egli disse non perché gl’importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: « Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me »”.
    Giuda è schiavo del denaro, della cupidigia, e per essa non esita a vendere il suo Signore; Gesù e Maria di Betània ne sono totalmente affrancati (per queste e le precedenti discussioni e argomentazioni si veda il bel libro di A. Tornielli – L. Fanzaga, “Identikit di Gesù a partire dalla Sindone”, pp. 51 ss.).
    Possiamo a questo punto interpretare più correttamente i tanti interventi di Gesù sulla ricchezza. Il Signore non la condanna, e non potrebbe farlo perché anch’essa opera di Dio: “Del Signore è la terra e quanto contiene, l’universo e i suoi abitanti”, recita il Salmo 24,1, ed è un Suo dono – come insegna tutta la vicenda di Giobbe. Il problema sorge nel momento in cui ci si rapporta ad essa in modo abnorme, errato. I beni terreni non devono essere oggetto di cupidigia e di bramosia insaziabile e sfrenata perché in questo modo fanno perdere di vista il fatto che la vera ricchezza è solo quella donata da Dio nel Cristo. E’ per questo che Gesù ripete instancabilmente i Suoi moniti.
    “Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore”(Mt 6,19-21); “Nessuno può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro, o preferirà l’uno e disprezzerà l’altro: non potete servire a Dio e a mammona” (24); “Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena” (25-34); “Gli disse Gesù: « Se vuoi essere perfetto, và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi »” (Mt 19,21); “Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: « Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio! ». I discepoli rimasero stupefatti a queste sue parole; ma Gesù riprese: « Figlioli, com’è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio »” (Mc 10,23-25); “Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo” (Lc 14,33); “Udito ciò, Gesù gli disse: « Una cosa ancora ti manca: vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi ». Ma quegli, udite queste parole, divenne assai triste, perché era molto ricco. Quando Gesù lo vide, disse: « Quant’è difficile, per coloro che possiedono ricchezze entrare nel regno di Dio. È più facile per un cammello passare per la cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno di Dio! » (18,22-25).
    Se il denaro e il guadagno si trovano al primo posto nella vita dell’uomo e del cristiano, non costituiscono più un utile strumento, ma degli idoli a cui volontariamente ci si asservisce. Gesù non predica l’incuria, ma la libertà di aderire fiduciosamente a Dio, un libertà interiore impossibile se l’avidità è la ragione di vita e regna sovrana nel cuore. Se l’affanno per i beni terreni si impadronisce della vita diventa poi quasi impossibile distaccarsene, si trasforma in un trappola mortale che impedisce di concepire l’amore per Dio come superiore a tutto. E’ in relazione a questo che si rivela la grandezza e la bellezza infinita del gesto di Maria di Betània, la quale è liberissima di dimostrare l’amore che nutre per il suo Signore senza condizionamenti o ripensamenti di sorta. Di contro è questo il motivo della sconsolata tristezza del giovane ricco, che si scopre incapace di amare veramente Dio e si arrende alla propria avidità reputandola più degna del Signore medesimo: messo alla prova, viene meno alla fedeltà a quei principi, leggi e precetti che dice di rispettare, viene meno la sua fedeltà a Dio.
    Si ricordi, infine, che c’è pure il rovescio della medaglia nelle parole del Signore. Dicono i Salmi:

    “Sazia pure dei tuoi beni il loro ventre
    se ne sazino anche i figli
    e ne avanzi per i loro bambini.
    Ma io per la giustizia contemplerò il tuo volto,
    al risveglio mi sazierò della tua presenza” (Salmo 17,14-15)

    “Ecco, questi sono gli empi:
    sempre tranquilli, ammassano ricchezze.
    Invano dunque ho conservato puro il mio cuore
    e ho lavato nell’innocenza le mie mani,
    poiché sono colpito tutto il giorno,
    e la mia pena si rinnova ogni mattina.
    Se avessi detto: “Parlerò come loro”,
    avrei tradito la generazione dei tuoi figli.
    Riflettevo per comprendere:
    ma fu arduo agli occhi miei,
    finché non entrai nel santuario di Dio
    e compresi qual è la loro fine.
    Ecco, li poni in luoghi scivolosi,
    li fai precipitare in rovina.
    Come sono distrutti in un istante,
    sono finiti, periscono di spavento!
    Come un sogno al risveglio, Signore,
    quando sorgi, fai svanire la loro immagine.
    Quando si agitava il mio cuore
    e nell’intimo mi tormentavo,
    io ero stolto e non capivo,
    davanti a te stavo come una bestia.
    Ma io sono con te sempre:
    tu mi hai preso per la mano destra.
    Mi guiderai con il tuo consiglio
    e poi mi accoglierai nella tua gloria.
    Chi altri avrò per me in cielo?
    Fuori di te nulla bramo sulla terra.
    Vengono meno la mia carne e il mio cuore;
    ma la roccia del mio cuore è Dio,
    è Dio la mia sorte per sempre.
    Ecco, perirà chi da te si allontana,
    tu distruggi chiunque ti è infedele.
    Il mio bene è stare vicino a Dio:
    nel Signore Dio ho posto il mio rifugio,
    per narrare tutte le tue opere
    presso le porte della città di Sion” (Salmo 73,12-28)

    Il monito di Gesù, che ancora una volta vuole insegnarci in che cosa consiste il vero bene, è pure un avvertimento affinché ci teniamo ben lontani da quella condanna meschina e riprovevole della ricchezza e dei ricchi che è generata soltanto dall’invidia. Anche quest’ultima, infatti, è la riprova della faticosa e complicata strada che l’uomo percorrere per conquistare quella libertà interiore determinata dalla recisione dei vincoli che àncorano la vita alla conquista dei beni materiali trascurando la ricchezza che è davvero essenziale per la vita: quella davanti agli occhi di Dio.